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Feb 09 2018

Immigrati 2018

Beati quelli che si adoperano per la
Beati quelli che si adoperano per la

ERIO CASTELLUCCI E’ UN VESCOVO CATTOLICO, IN COMUNE NON ABBIAMO LA VENERAZIONE DELLA VERGINE E DEI SANTI, IL PRIMATO DI PIETRO, LA SANTIFICAZIONE DEL SABATO…MA L’AMORE PER L’UOMO, SOPRATTUTTO SE DEBOLE CI UNISCE…Pubblico volentieri e di mia iniziativa questa bella riflessione sull’immigrazione.

Arcidiocesi di Modena–Nonantola – Lettera alla città 2018

“Ma qual è il mio paese?”
I lunguaggi della paura, della realtà, della speranza.

Ascoltando l’omelia che papa Francesco ha pronunciato pochi giorni fa, domenica 14 gennaio, in occasione della 104.ma Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato, mi è venuto in mente un episodio capitato al doposcuola parrocchiale alcuni anni fa. La scena riguarda un bimbo di dieci anni, figlio di genitori tunisini, che insieme ad altri bambini – figli di famiglie italiane o provenienti dall’estero – frequentava il doposcuola parrocchiale. Era nato nel nostro paese e parlava perfettamente l’italiano. Quel pomeriggio era piuttosto confuso, perché la maestra che il giorno primo aveva assegnato un’esercitazione in classe dal titolo “Descrivi il tuo paese”, aveva riportato il compito corretto dicendogli che era andato fuori tema, poiché aveva parlato dell’Italia, mentre avrebbe dovuto parlare del “suo paese”. Quel bimbo chiese dunque all’insegnante del doposcuola: “ma qual è il mio paese?”.
Sono tante le persone che potrebbero domandarsi: “qual è il mio paese?”. Le migrazioni accompagnano da sempre la storia dell’uomo e segnano l’incontro e lo scontro tra culture, religioni e popoli. Pensiamo solo, per rimanere a casa nostra, ai circa 50 milioni di italiani che tra il 1870 e il 1970 emigrarono all’estero, soprattutto in Argentina, Stati Uniti, Brasile e Canada, ma anche in Australia. E pensiamo ai 254 milioni di migranti di oggi, cioè circa il 3% degli abitanti del pianeta, dei quali oltre 22 milioni sono rifugiati che cercano di scappare dalle guerre e dalle violenze. Alle tante crisi politiche e sociali del pianeta si aggiungono crisi economiche e crisi ecologiche, le quali determinano diverse altre condizioni migratorie, spesso confuse tra di loro nella pubblica opinione: come quelle di profughi, richiedenti asilo, clandestini, sfollati e così via.
Il fenomeno è così complesso che nello spazio di una Lettera alla città non può neppure essere delineato. Pensando però che anche San Geminiano è stato migrante per qualche tempo, nel suo viaggio a Costantinopoli per guarire la figlia dell’imperatore – episodio splendidamente rappresentato nell’architrave della Porta dei Principi del Duomo di Modena – ho deciso di scrivere queste righe, che offro alla riflessione di tutti, nell’annuale Solennità del nostro grande Patrono. Ringrazio in particolare l’ufficio diocesano Migrantes, che mi ha fornito delle riflessioni molto importanti, frutto di un lavoro di gruppo svolto con un metodo ispirato alla “scrittura collettiva” inventata oltre mezzo secolo fa dal maestro Mario Lodi e da don Lorenzo Milani. Ho letto negli ultimi mesi diversi articoli e saggi sull’argomento e ho partecipato alcune settimane fa, insieme ad una cinquantina di sacerdoti della diocesi, a tre giornate di aggiornamento sulle migrazioni. Penso poi di dedicare la Lettera pastorale del prossimo anno all’argomento della parrocchia “inclusiva”, perché come diocesi continuiamo a lasciarci evangelicamente provocare dalla presenza dei migranti.

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“Ma qual è il mio paese?”. Questa frase tradisce prima di tutto un certo smarrimento, il timore di non avere un punto di riferimento stabile. Si potrebbe dire che esprime letteralmente uno “spaesamento”. Forse per questo, come accennavo, mi è venuto in mente l’episodio dell’oratorio proprio mentre ascoltavo papa Francesco. In un passaggio dell’omelia del 14 gennaio, infatti, ha detto: «Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così spesso rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci. Le comunità locali, a volte, hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, “rubino” qualcosa di quanto si è faticosamente costruito. Anche i nuovi arrivati hanno delle paure: temono il confronto, il giudizio, la discriminazione, il fallimento».
Il timore, lo spaesamento, può riguardare dunque sia i cittadini italiani sia i migranti. I primi dicono a volte: “Ma qual è il mio paese? In giro ci sono ormai più stranieri che italiani. È un’invasione! Non c’è lavoro nemmeno per noi italiani e loro vengono qua”… Sono considerazioni che si sentono quotidianamente, espresse con toni a volte rassegnati e a volte arrabbiati. In alcuni casi, specialmente su internet, frasi simili riscuotono molta approvazione, favorendo anche giudizi sommari e dando perfino la stura, purtroppo, ad espressioni volgari e violente. Anche i migranti qualche volta vivono paure, timori e chiusure e possono arrivare ad avanzare pretese tali da provocare reazioni negative. Inaspettatamente papa Francesco definisce queste paure «legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano». Diversamente da quanto alcuni pensano – che papa Bergoglio sia un sognatore ingenuo e ignaro della complessità del fenomeno migratorio – il suo sguardo è realistico: le paure esistono, e non sono sempre infondate. E aggiunge: «avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, all’incontro con il diverso, all’incontro con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore».
A volte purtroppo è la paura, alimentata ad arte, a prendere il sopravvento. Come favorire il passaggio dai legittimi timori, o dalle vere e proprie paure, all’incontro e all’inclusione? Credo che occorra passare attraverso la conoscenza della situazione. La paura infatti segnala un problema, ma non riesce a trovare la soluzione. Il primo passo per traghettare la paura verso la speranza è il contrasto alla disinformazione.

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“Ma qual è il mio paese?”. Questa domanda può assumere anche una tonalità diversa dalla paura e dal timore, ed esprimere piuttosto il desiderio di conoscere, sia da parte dei cittadini italiani sia da parte dei migranti provenienti dall’estero. Non solo la domanda è legittima, ma è doverosa: senza informarsi sulla realtà prevalgono i pregiudizi e le paure. I metereologi distinguono tra temperatura reale e temperatura percepita, segnalando talvolta una forbice notevole tra le due. Nei primi giorni dell’agosto scorso a Modena si sono toccati i 42° reali, ma quelli percepiti superavano i 50°. In certi momenti accade la stessa cosa a riguardo del fenomeno migratorio: la percezione è distorta rispetto alla realtà; alcuni parlano così di “allarme”, di “invasione”, e magari di “invasione musulmana”.
Non sono i numeri, ma i volti, che aiutano a vincere le mie paure e i miei pregiudizi. Però i numeri aiutano. E per capire “qual è il mio paese” devo passare anche attraverso l’aritmetica; la statistica fornisce queste cifre, aggiornate generalmente a fine dicembre 2016: la popolazione italiana è formata da poco meno di 61 milioni di persone, dei quali circa 5 milioni di origine straniera, dei quali circa un milione e mezzo di religione musulmana, e circa un milione e 600.000 cristiani, per lo più di confessione ortodossa. Complessivamente quindi i migranti presenti nel nostro paese sono l’8,3% della popolazione italiana e i musulmani sono il 2,5%. È difficile parlare di “invasione”.
Altri numeri possono aiutarmi a capire “qual è il mio paese”. I lavoratori stranieri in Italia, i quali spesso svolgono lavori che non attirano gli italiani, producono un saldo annuo positivo per le casse dell’INPS di circa 5 miliardi di Euro all’anno, tali da mantenere oggi più di 600.000 pensionati. Gli studenti stranieri in Italia sono 814.000; senza di loro quasi tremila scuole sarebbero chiuse e migliaia di docenti non avrebbero lavoro. Alla fine del 2016 erano 571.000 in Italia le aziende condotte da lavoratori immigrati, il 9,4 % di tutte le aziende italiane; e queste aziende danno lavoro anche a molti italiani, specialmente nei settori del commercio, dell’artigianato, dell’edilizia e della ristorazione.
Si potrebbe continuare con le cifre, ma sono sufficienti questi accenni per dare un’idea precsa del fenomeno. Ciò non significa affatto sottovalutare i lati problematici, gli eventuali contraccolpi psicologici negativi e alcuni comportamenti illegali e deviati, che vanno bloccati e puniti da qualunque parte vengano e che sono ovviamente favoriti da situazioni di instabilità, mancato impiego, precarietà abitativa e indisponibilità economica. Purtroppo la carenza di normative adeguate crea dei vuoti legislativi, per cui i migranti e i rifugiati, in alcune fasi della loro permanenza, non sono tutelati adeguatamente per lo svolgimento di un lavoro e si trovano spesso in condizioni di ozio forzato, che nuoce a loro e ai cittadini italiani. Le organizzazioni, siano esse istituzioni, associazioni o cooperative – ecclesiali comprese – stanno affrontando queste situazioni, ma forse dovranno essere maggiormente sensibili nel provocare interventi legislativi adeguati e prassi più snelle e meno burocratizzate.
E infine – ma ci sarebbero altri dati da considerare – dell’informazione fa parte anche il dovere di conoscere le cause del fenomeno migratorio legato ai rifugiati; cause che forse meriterebbero qualche ammissione di colpa da parte di alcuni paesi d’Europa: dalle conquiste coloniali alle guerre che, in Siria, Iraq e in varie zone dell’Africa, sono tutt’ora alimentate anche dal commercio delle armi sulle quali i paesi venditori – tra cui l’Italia – guadagnano. L’Italia rimane uno dei primi cinque fornitori di armi europei al mondo.

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L’integrazione o, come alcuni preferiscono, l’inclusione degli immigrati è un lavoro prima di tutto culturale. I cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, ritengono che la persona venga prima di ogni categoria e quindi mettono al primo posto – si può dire che questo è stato il loro contributo fondamentale fin dall’inizio alla civiltà occidentale – il rapporto umano su tutte le altre considerazioni.
Quando ci troviamo di fronte ad una persona, vale più questo dato rispetto alle domande – pur legittime e anzi necessarie – sulla sua appartenenza, provenienza, condizione e sui suoi diritti. L’accoglienza implica partire di qui: ho davanti un essere umano che ha bisogno, che è debole, che ha sofferto; ho davanti una persona indifesa – la metà circa dei rifugiati ha un’età inferiore ai 18 anni – e a volte disperata: cosa posso fare? E le istituzioni italiane, insieme a tanti cittadini, come ci riconoscono in molti, dà comunque esempio di questa accoglienza: potrebbero parlare qui tutti coloro che si impegnano nelle coste della Sicilia e tanti altri che dovunque prestano i primi soccorsi, ma anche i Prefetti, i Sindaci, la Polizia e i Carabinieri, le Associazioni di volontariato e tanti altri enti e singoli, tra cui comunità cristiane e semplici fedeli.
Poi è bene porsi tutte le altre domande: è giusto? Chi ci guadagna? Come evitare che dieci migranti al giorno anneghino al sud della Sicilia? Come combattere lo sfruttamento disumano degli scafisti? Come aiutare i migranti profughi nelle loro terre? La prima accoglienza diventa così inclusione graduale, cioè entra nei processi educativi: diventa scambio reciproco – che arricchisce entrambi – e conoscenza, allargamento di orizzonti, incontro personale. Spesso è l’incontro a tu per tu che fa cadere le maschere e relativizza le categorie.
Di qui il successivo passo, che consiste nell’integrazione attraverso i luoghi di socializzazione: il lavoro, la scuola, lo sport, il doposcuola. Tutte le “agenzie educative”, parrocchie comprese, sono impegnate in quest’opera. Nel rispetto assoluto della legalità e della Costituzione italiana, sui quali principi di libertà, responsabilità e democrazia non si può transigere. Ma questo rispetto non è innato, si impara nel percorso educativo; e l’incontro con l’altro, con lo straniero, con chi proviene da una cultura e spesso da una religione diversa, non deve essere per me un’insidia, ma un confronto che aiuta a costruire con maggiore consapevolezza e ricchezza la mia stessa identità. Contrapporre identità e accoglienza è insensato, perché per noi occidentali e specialmente per i cristiani l’accoglienza è scritta nella carta di identità: “ero straniero e mi avete accolto”. L’incontro è l’antidoto del terrorismo e dell’odio e il seme della pace.
Questo terzo passo comprende anche, per noi cristiani, un approccio pastorale adeguato. L’immigrazione è anche una provocazione pastorale. Almeno a quattro livelli:
– interecclesiale: presenza di cattolici di altri riti
– ecumenico: presenza di cristiani di altre confessioni, specialmente ortodossi.
– Interreligioso: presenza di credenti di altre religioni, specialmente musulmani.
– Interculturale: presenza di non credenti appartenenti ad altre culture, specialmente cinesi.
Negli ultimi due livelli, il dialogo va sempre coniugato con l’annuncio. Chi viene in Italia trova comunità accoglienti e attraenti? Il migliaio di battesimi cattolici annuali in Italia di immigrati cinesi, indiani e mussulmani, indica che la missione non è sempre inefficace, nemmeno quando è rivola ad un mondo che sembra impermeabile ad essa. Mi permetto di rileggere una pagina della Lettera pastorale di quest’anno:

La testimonianza della carità nelle nostre comunità comporta non solo il consolidamento delle opere già in atto, ma la coraggiosa apertura ad esperienze nuove, specialmente verso quelle povertà che non sono ancora divenute oggetto di cura comune. La carità per i cristiani è prima di tutto “preventiva”: la grande opera di formazione ed educazione che le nostre parrocchie portano avanti quotidianamente a tutti i livelli è la prima e fondamentale forma di amore verso il prossimo. La carità è poi anche “curativa”: è la grande opera di assistenza, coordinata a nome della diocesi dalla Caritas e portata avanti da tanti altri enti di ispirazione cristiana (centri, associazioni, cooperative, gruppi), che si estende dall’accoglienza della vita nascente alla cura della vita morente, dalle iniziative per i poveri (mense, dormitori, cure) all’accompagnamento delle persone malate e disabili, dall’attenzione ai carcerati alla sensibilità verso le nuove povertà come la disoccupazione, il disagio delle persone separate, i fallimenti scolastici.
Una delle frontiere oggi più provocatorie delle nostre comunità cristiane è certamente quella legata al fenomeno delle migrazioni, che spesso provoca tensioni e spaccature nelle comunità civili e all’interno delle parrocchie stesse. L’arrivo di migranti sul nostro territorio ci interroga e tocca diverse corde. Prima di tutto non si deve dimenticare che la maggior parte delle persone emigrate in Italia è di religione cristiana, molti dei quali sono cattolici. La presenza di intere comunità cattoliche provenienti da altri paesi (Sri Lanka, Filippine, Perù, Nigeria e altre nazioni africane anglofone e francofone) è una ricchezza che integra e stimola la vita delle nostre parrocchie. Alcune di queste comunità sono assistite da presbiteri inviati appositamente dai loro paesi, che stanno offrendo un servizio importante nella nostra diocesi. Tutte queste comunità, grandi o piccole, ci fanno respirare un’aria di Chiesa diversa dalla nostra e spesso più entusiasta e vitale. Sono le “giovani Chiese” dalle quali possiamo apprendere molto. L’integrazione, che non distrugge le diverse tradizioni ma permette di conoscerle e apprezzarle, è un’opportunità pastorale da cogliere e valorizzare nella nostra Chiesa locale.
La presenza di migranti cristiani e di altre religioni e tradizioni, inoltre, interroga la nostra capacità di dialogo e annuncio e ci chiede di aggiornare alcuni capitoli della “carità” cristiana: ad es. moltiplicare le esperienze di accoglienza della vita nascente, data anche la difficoltà per alcune madri di provenienza straniera a tenere i loro bimbi appena nati o molto piccoli; dare dei segnali di accoglienza dei richiedenti asilo, mettendo a disposizione dei luoghi e soprattutto cercando di creare attraverso l’accoglienza diffusa dei legami personali e comunitari che favoriscano l’inclusione, superando così la metodologia emergenziale che fa sentire continuamente “l’acqua alla gola”; moltiplicare le esperienze di impiego e, dove possibile, di creare occasioni di lavoro per chi ne è privo, facendo circolare i “talenti”, piuttosto che conservarli gelosamente. Sono ambiti che provocano e fanno discutere: ma i cattolici non possono disertarli per il quieto vivere. La profezia evangelica si gioca oggi anche su questi settori, che poi a poco a poco diventeranno patrimonio comune e saranno integrati nella coscienza civile. E allora i cristiani si volgeranno ad altre povertà, andando a cercare prevalentemente quelli che non fanno gola a nessuno, quelli che non sono contesi da altri concorrenti. La Caritas diocesana è disponibile a percorsi di formazione parrocchiale, interparrocchiale e vicariale, per sensibilizzare le comunità a questa particolare beatitudine proclamata da Gesù: “beato, perché non hanno da ricambiarti”.

– C’è una prima accoglienza, per la quale le nostre strutture ecclesiali non sono adatte e vanno lasciate all’ente pubblico; al massimo possiamo mettere a disposizione degli spazi;
– Ce’è una seconda accoglienza, per la quale invece potremmo formulare delle linee-guida, anche in relazione alla mappatura ormai terminata delle strutture parrocchiali e diocesani; questa seconda fase richiede formazione degli operatori.
– C’è una terza accoglienza, che va verso l’integrazione piena, per la quale le nostre comunità possono stringere relazione dirette con l’ente pubblico.
Per concludere: la Lettera alla Città sarà dedicata all’argomento; e vorrei arrivare ad un testo, a giugno (forse la bozza della Lettera pastorale) che ci possa aiutare a metterci nell’ottica pastorale più adeguata, con percorsi concreti e condivisi.

Lettera collettiva o comunitaria, attraverso Migrantes.

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