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Dic 07 2017

La morale immorale: immoralità cristiana

sepolcri-imbiancati
LA MORALE IMMORALE.

Sessanta anni fa, più o meno: un fratello di chiesa rincasò dal lavoro e in casa non trovò nessuno. La moglie di cui era innamorato pazzo era fuggita in una grande città del nord senza lasciare alcuna traccia di se.
Ne ricordo l’immane sofferenza morale e materiale. Poiché, come accade spesso anche oggi, l’unione è prosperità, la divisione impoverisce. Carlo Verdone su questa tematica ha costruito un film intelligente.
Il fratello in questione non aveva un lavoro fisso né ben remunerato. Mettendo però assieme i suoi guadagni con quelli della moglie, che era una brava sarta, vivevano discretamente.
Io non ricordo tutto, ma da agiati che erano si ritrovò povero, costretto a lasciare l’abitazione troppo costosa per un misero umido magazzino sotto il livello della strada.
L’uomo cadde in un tunnel di depressione e la vita che mai era stata facile divenne invivibile. Resterà innamorato della moglie sino alla morte.
Era un uomo sanguigno, vitale, incantato dall’esistenza, ma non riusciva ad accettare il tradimento e ancor meno la solitudine.
Passarono circa cinque anni durante i quali sopravvisse unicamente sorretto dalla fede, ma come un Geremia che non di rado malediceva il giorno della sua venuta al mondo.
Se una forte fede in Dio certamente rende possibile la vita, essa, anche se con Dio, nella solitudine degli affetti, è grama, gronda sofferenza immane soprattutto dall’imbrunire quando tutto tace e arrivano cinici i tormenti dei ricordi felici umiliati dall’abbandono, dal tradimento.
Cinque anni sono poca cosa quando si è realizzati, impegnati a onorare gli oneri della propria prosperità. Può essere faticoso ma non c’è sudore che non dia gioia di vivere quando si sente di essere amati. Il contrario è tortura. Il tempo non passa mai. Cinque anni sono un’eternità.
Dopo cinque anni, quell’uomo, la cui speranza in Cristo era certezza, ma in un cuore sanguinante, incontra nella chiesa un affetto.
La donna da cui è attratto e di cui parrebbe innamorato non è un membro regolare, ma frequenta la chiesa ogni sabato. Vengono entrambi da forti tribolazioni.
Allora non c’era il divorzio. Il fratello vuole fare le cose da corretto figlio della chiesa. Informa il pastore, che informa il Comitato di chiesa, che informa l’allora direzione dell’opera di ciò che vorrebbe realizzare. Passano due anni durante i quali tutti si arrovellano intorno a quattro domande:
– Il fratello è la parte innocente nella sua separazione?
– Se le leggi dello stato non prevedono una nuova unione possiamo noi autorizzare un nostro fratello e ignorare la legge che non prevede un secondo matrimonio?
– La moglie ha commesso adulterio?
– La presenza di conviventi quale immagine della chiesa produrrà?
Premetto con sincerità assoluta che le considerazioni che seguono vogliono essere una critica ad una visione delle cose non alle persone che la ebbero. Critico una concezione che in parte ancora sopravvive e non solo in rapporto al matrimonio.
Non esprimo nessun giudizio verso quei fratelli che agirono certamente in buona fede. Erano figli del loro mondo e del loro tempo come me. E’ assai probabile che al loro posto non avrei agito diversamente. Il tempo e le circostanze mi consentono un’altra sensibilità. Non è un merito, ma sarebbe una colpa non esercitarla.
L’incontro con il Cristo della Bibbia li aveva trasformati, ma in base a quello che erano stati; ha messo nel loro cuore una speranza, un percorso di generosità e di santificazione, ma un sentiero non l’approdo. E certamente, non ha cancellato tutte le malattie della cultura di cui erano figli.
Non è accaduto con Abramo, con Davide, con Elia. Non è accaduto nemmeno per i membri e i dirigenti della chiesa avventista di allora. Per loro come per tutti, senza la perfezione per grazia non ci sarebbe salvezza.
La chiesa di allora, che si poneva quelle domande e su di esse sprecava notti di comitati era intrisa di istanze morali, ma nello specifico si trattava di una morale immorale. Poiché quella morale aveva tempi lenti (discussero per tre anni), ognuna delle domande che si ponevano era lontana dalla persona, dalle sue sofferenze, dalla sua disperazione, dai suoi bisogni più profondi, dal fondamento della vita cristiana che è la generosità e il perdono. Riponiamoci le domande e ragioniamoci un po’ su.
– Il fratello è la parte innocente nella sua separazione?
Come si fa a stabilire la parte innocente in una separazione? E’ possibile solo quando uno dei due soggetti è chiaramente un immorale. Ho conosciuto uomini che, come Carlo di Inghilterra, avevano amanti segreti prima del matrimonio e che le hanno mantenute anche dopo che le mogli le hanno scoperte. A parte casi così chiari e estremi di disonestà è quasi impossibile stabilire “l’innocenza” in una coppia che si separa.
Nel caso specifico però, il fratello non era certamente innocente. Era autoritario, manesco qualche volta…E allora? Dopo cinque anni dalla separazione, ed altri anni di infelicità che l’hanno preceduta, gli doveva essere moralmente fatta scontare la colpa a vita? Doveva rimanere solo a rodersi l’anima, a vivere contro natura? Soltanto perché l’ideale evangelico prevede un matrimonio indissolubile?
E, l’amore verso il peccatore, il perdono che è il fondamento della vita cristiana, non vale nel caso di chi ha sbagliato nel matrimonio o ha sbagliato matrimonio? Esiste nella morale cristiana l’ergastolo morale?

– Se le leggi dello stato non prevedono una nuova unione possiamo noi autorizzare un nostro fratello e ignorare la legge?
Di quale legge stiamo parlando? La legge che negava il divorzio era allora uno dei segni del rifiuto della laicità dello stato da parte del mondo cattolico che considerava il matrimonio un suo monopolio. Era una legge ignobile, un triste residuo bacchettone di Cesaro- papismo.
La chiesa legava e scioglieva attraverso la Sacra Rota.
Per il matrimonio non doveva valere quell’affermazione apostolica così cara a noi avventisti?
“Ma Pietro e gli altri apostoli, rispondendo, dissero: «Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini. (Atti 5:29)
Questa visione per cui esistono leggi umane in profondo contrasto con le leggi di Dio, e con l’amore per le persone infelici, vale solo in rapporto all’evangelizzazione e al sabato?
La famigerata legge che obbligherebbe gli avventisti a non rispettare il sabato sarebbe tra le poche in contrasto con le leggi di Dio che dovremmo trasgredire e per cui dovremmo rischiare l’impopolarità e magari il carcere?
In questa visione, cos’è il sabato? Un dono per promuovere la spiritualità e la vita? Creato per l’uomo, come ha affermato Gesù? Oppure un prezzo legale da pagare a un Dio creditore inesorabile per la nostra salvezza?
Una legge che impedisce la pratica del perdono, che ignora i bisogni di un uomo che piange di solitudine, che ha le labbra lacerate dalla sete di affetto, va obbedita? Conta più non lavorare di sabato che offrire ad un uomo una nuova possibilità, una possibilità d’amare per sopravvivere in questa valle di lacrime?
– Quale testimonianza può dare una coppia di conviventi?
Quel fratello, dopo due anni in attesa di un nulla osta che faticava ad arrivare a causa del rovello sulle domande, andò dal pastore e gli porse un biglietto che conteneva una data lontana tre mesi. Gli disse più o meno: “Fratello, attendo una risposta ad una mia domanda che ho posto due anni fa. Ho atteso tutto questo tempo poiché sento il bisogno di vivere in armonia con la chiesa che amo. Aspetterò ancora tre mesi passati i quali mi unirò alla compagna con cui desidero vivere. Si ricordi però che non sarò io a infrangere la morale biblica-”
Dopo tre mesi le discussioni continuavano ancora e il fratello andò a vivere con la donna che aveva scelto.
Secondo la morale matrimoniale del tempo diventò un convivente. A chiunque gli avesse chiesto se fosse sposato lui non poteva che rispondere di no. A chiunque avesse chiesto se nelle comunità avventiste ci fossero conviventi non si poteva che rispondere di si.
Anche se, nei fatti, sino alla morte si considerò più che sposato e considerò la parola data assai più di un pezzo di carta firmato da un anonimo impiegato dell’anagrafe.
Quell’uomo visse gli ultimi anni della sua vita in modo miserevole. Aveva una discreta pensione. Qualcuno gli propose la nostra casa di riposo. Non l’accettò perché la compagna non voleva. Poi un giorno si convinsero. Il figlio li portò a “Casa Mia”. Lui ci stava benissimo, ma lei volle andar via e, lui, per tener fede alla sua promessa, ritornò nella sua squallida abitazione.
La chiesa continuò a vergognarsi di quella unione quanto mai stabile, anche se erano le mani della chiesa sullo stato che li dichiarava conviventi, che li obbligava a vivere al di fuori del vincolo matrimoniale, non certo il loro cuore e la loro volontà.
La convivenza in quel regime legale avrebbe potuto essere da parte della chiesa un motivo di fierezza, una testimonianza fiera sulla laicità dello stato, sul rifiuto della prepotenza intollerante del pensiero e del potere unico.
– Quale immagine della chiesa ne scaturirà?
Io credo che ogni avventista dovrebbe agire per promuovere l’immagine della chiesa con la moralità del suo vivere. Ma morale significa relazione di rispetto e d’amore con i propri fratelli. Parlare di morale significa parlare del proprio prossimo a cominciare dai propri fratelli in fede. Sacrificare il diritto al perdono di un uomo sofferente, il dovere di offrire nuove possibilità di vita anche a chi avesse sciupata malamente la prima è il modo peggiore di costruire l’immagine della chiesa. Rinunciare all’amore, al perdono, alla ribellione alle leggi dello stato che impoveriscono l’uomo, alla giustizia, rende immacolati i sepolcri non la chiesa.
Mi diceva qualche anno fa un fratello la cui figlia aveva divorziato: “Io dicevo agli amici che i nostri figli si sposano una volta sola con i fiori di arancio…Cosa dirò ora?”

“Digli che siamo “vasi di terra”, che la nostra unica ricchezza è “Il Cristo” che ci salva per grazia, che non sempre indoviniamo le cose, che anche noi possiamo innamorarci della persona sbagliata, che possiamo diventare adulteri per eccesso di infelicità e che però, data la benevolenza di Dio, come Giacobbe ci aggrappiamo a lui, imploriamo il suo perdono, gli imponiamo di benedirci e aspettiamo “Nuovi cieli e nuova terra” dove la giustizia regna nella perfezione della chiesa e del creato.
Digli che le facciate delle nostre chiese vogliono avere i colori del perdono e le sue fondamenta reggono con il solo cemento della grazia.”
Non amo certo sapere che nella chiesa esistono persone costrette a convivere, divorziati magari colpevoli che però la chiesa ha perdonato facendo il suo mestiere di chiesa cristiana. Mi piacerebbe molto se nessuno dei miei fratelli avesse dovuto subire il dolore della separazione, se tutti i matrimoni risultassero indovinati e felici…Sarebbe bella una chiesa immacolata. Sul piano personale, potrei contribuire ad una chiesa dai matrimoni riusciti. Sono assieme a mia moglie da 51 anni (45 di matrimonio e 6 di fidanzamento) senza che mai tra me e mia moglie abbia fatto capolino anche per un solo istante l’ipotesi divorzio.
Se però mi schierassi per una chiesa pura sarei come un ricco che non concepisce la povertà.
Sarei un ricco che giudica i poveri, li colloca da subito all’inferno, non li ama, non si occupa di loro, non ne perdona gli eventuali errori.
Sarei un cristiano che ignora che spesso “ per correre non basta essere agili, né basta per combattere essere valorosi, né essere saggi per avere del pane, né essere intelligenti per avere delle ricchezze, né essere abili per ottenere favore; poiché tutti dipendono dal tempo e dalle circostanze.”.( Eccl. 9:11)
Sarei tra quelli di cui Gesù ebbe a dire:
“Legano infatti pesi pesanti e difficili da portare, e li mettono sulle spalle degli uomini; ma essi non li vogliono smuovere neppure con un dito”. (Mat.: 23:4)

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